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L'origine dei musei civici marchigiani
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L'origine dei musei civici marchigiani

Compagnucci Mauro
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La civiche gallerie d'arte della provincia di Macerata dopo l'Unità

Lo studio ricostruisce la cronologia delle vicende, le procedure adottate dai pubblici uffici e il sistema di norme predisposte per la conservazione del patrimonio artistico appartenuto alle corporazioni religiose marchigiane soppresse nel 1861 col decreto di Lorenzo Valerio e poi di nuovo sottoposte alle leggi, estese all’intero territorio nazionale, di liquidazione dell’asse ecclesiastico del biennio 1866–1867. Con il primo provvedimento il patrimonio d’arte ex claustrale doveva essere affidato alla città di Urbino “per fondare un Museo a maggior lustro ed incremento della Scuola di belle arti esistente presso quella Università”, coi secondi a musei o pinacoteche già esistenti all’interno del territorio delle singole province o a quelli che sarebbero stati nel frattempo istituiti per iniziativa dei comuni del medesimo ambito. I due disegni erano opposti fra loro: il primo ripeteva canoni settecenteschi di concentrazione indiscriminata delle opere e di abbinamento della struttura museale a istituti di insegnamento, le accademie di belle arti, mentre il secondo, che prevalse nelle Marche, favoriva la conservazione del patrimonio ex claustrale nei luoghi “di produzione”, in difesa del legame fra opera d’arte e territorio. Gli istituti museali marchigiani nacquero, pertanto, del tutto svincolati dall’insegnamento accademico, per custodire ed esporre la cultura cittadina, cioè salvaguardare un “patrimonio di gloria paesana” e di identità. In questo stesso periodo fu organizzato il servizio di tutela del nuovo Stato unitario, affidato ai prefetti, alle locali commissioni di antichità e belle arti, ai comuni, detentori dei luoghi della pubblica conservazione, e in seguito anche agli ispettori agli scavi e ai monumenti. In Italia nel 1870 si contarono, secondo una statistica ufficiale, centodiciotto musei arricchiti o creati con oggetti d’arte ex claustrali. Nelle Marche, più numerosi che in ogni altra regione, se ne elencarono quindici, di cui nove nelle Province di Ancona e Macerata, documentando la nascita di quel sistema di capillare e straordinaria diffusione di istituti museali proprio della regione. La concreta realizzazione di tali istituti culturali non fu, tuttavia, rapida. Anzi, sarà necessario attendere il periodo delle grandi mostre d’arte regionali e del varo della prima legge di tutela nazionale ai primi del secolo XX per registrare l’inizio del loro effettivo esercizio, collegato all’opera di autopromozione delle città italiane, impegnate nella ricerca di moderni ruoli e nuove funzioni, sia in ambiti circoscritti che estesi. Nel 1927 Luigi Serra con il suo scritto sulle gallerie civiche marchigiane certificò la conclusione del loro ciclo fondativo, attestando l’avvenuta creazione di tutte quelle istituite in seguito all’applicazione delle leggi di soppressione delle corporazioni religiose. Nella seconda parte dello studio sono descritte le vicende delle amministrazioni comunali della provincia maceratese (Camerino, Cingoli, Corridonia, Macerata, Matelica, Monte San Martino, Morrovalle, Recanati, San Ginesio, San Severino, Sarnano) che deliberano ai sensi dell’art. 24 della legge 3036/1866 l’istituzione di una pinacoteca, anche se videro la loro richiesta negata, o che scelsero la strada semplificata della concessione in deposito di opera d’arte ex claustrali.

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